Chi mi conosce lo sa: da otto anni svolgo attività di volontariato per Alfabeti, una ODV nel cuore di San Siro, proprio nel Quadrilatero. È una Scuola Popolare di italiano per stranieri.
Insegno al mattino a donne straniere, spesso giovanissime, molte delle quali con numerosi figli e pochissime occasioni di socializzazione al di fuori della propria comunità: qualche incontro con le connazionali tra i banchi del mercato, qualche parola scambiata fuori dai cancelli della scuola dei figli.
Sono donne che sembrano vivere sospese tra ciò che erano e ciò che devono diventare. E nel mezzo c’è la fatica di riuscire semplicemente a essere viste per quello che sono, oltre gli stereotipi, oltre i pregiudizi. Un’impresa titanica.
Non voglio descrivere qui il sentimento di affetto che provo per loro, né il desiderio profondo di supportarle e sostenerle nello sforzo di imparare quell’italiano che potrà renderle più autonome, più sicure di sé e, quindi, più libere. È qualcosa di troppo personale: riguarda loro e me, in uno scambio dal quale, vi garantisco, ricevo molto più di quanto riesca a offrire.
Ma oggi è successa una cosa straordinaria e credo meriti di essere raccontata.
Una delle studentesse della classe in cui insegno – la chiamerò Aisha – ha avuto un bambino a luglio.
Aisha è una ragazza straordinaria. Viene dalla Guinea ed è arrivata in Italia nel settembre del 2024 per ricongiungersi con il marito. In appena diciotto mesi, impegnandosi con una determinazione che mi ha sempre colpita e studiando con grande costanza, ha superato l’esame di certificazione CELI 1 dell’Università per Stranieri di Perugia, raggiungendo il livello A2.
Nel frattempo è rimasta incinta e, due mesi fa, è nato un bellissimo maschietto.
Qualche settimana fa ho ricevuto l’invito alla festa organizzata per il piccolo. Una sorta di “battesimo”, così mi è stato presentato, e naturalmente ho accettato con grande piacere.
La festa si sarebbe svolta nel salone di una parrocchia in zona Pasteur ed era organizzata dall’Associazione dei Guineani della Lombardia. Il termine “battesimo”, naturalmente, non va inteso nel senso che gli attribuiamo noi: nell’Islam non esiste . Era piuttosto una grande festa di benvenuto, un modo per accogliere il bambino nella comunità e festeggiare insieme la sua nascita (per l’ Islam i bambini nascono “puri” e io non so dargli torto!)
Appena entrata mi sono resa conto che sarei stata spettatrice – e poi avrei scoperto non soltanto spettatrice – di qualcosa di speciale.
Il salone era stato preparato con una cura sorprendente. Una lunga tavolata centrale, numerosi tavoli per gli ospiti, fiocchi bianchi e azzurri, sedie rivestite, palloncini sulle pareti e intorno al grande tavolo centrale. In un angolo era stata sistemata una console e due DJ si alternavano nella scelta della musica che avrebbe accompagnato l’intera giornata.
Una squadra di uomini, riconoscibili dai giubbotti gialli fluorescenti, si muoveva senza sosta tra cucina e sala: preparavano, portavano stoviglie, distribuivano bevande – rigorosamente analcoliche – e servivano i piatti della cucina tradizionale.
Poco alla volta il salone ha cominciato a riempirsi.
Sono arrivati tantissimi bambini, bellissimi, giocosi, incontenibili. Poi le donne, affascinanti nei loro meravigliosi abiti tradizionali, pieni di colori e di eleganza. E gli uomini, che conversavano tra loro, accoglievano gli ospiti e continuavano contemporaneamente a occuparsi dell’organizzazione.
Una delle cose che più mi ha colpita è stata proprio questa.
Ho osservato a lungo i padri occuparsi dei figli con naturalezza, gli uomini darsi da fare in cucina e gestire con efficienza una sala che avrebbe ospitato certamente più di cento persone. E, nello stesso tempo, le donne si godevano la festa con una leggerezza contagiosa: chiacchieravano, ridevano, ballavano, si fotografavano in una serie pressoché infinita di selfie e video.
Tutto molto lontano da tanti degli stereotipi di genere che siamo abituati ad associare, spesso senza nemmeno rendercene conto, a culture che conosciamo poco.
Per circa due terzi della festa sono stata l’unica persona bianca presente. Più tardi saremmo diventati tre.
Eppure non mi sono sentita estranea neppure per un momento.
Mi hanno accolta con sorrisi, strette di mano, gesti spontanei. Molti si sforzavano di parlarmi in italiano. Le donne mi facevano spazio nei loro capannelli, coinvolgendomi nelle conversazioni anche quando le parole non bastavano. I bambini giocavano volentieri con me, probabilmente senza capire quasi nulla di ciò che dicevo.
Ma il gioco non ha bisogno di traduzione, come la danza e, soprattutto, come i sorrisi.
A un certo punto uno dei due DJ, un ragazzo senegalese che parla un italiano perfetto, ha deciso di rendere omaggio alla presenza degli “ospiti italiani”.
E così, nel bel mezzo della musica africana, sono partite Gloria e Ti amo di Umberto Tozzi e poi Felicità di Al Bano e Romina Power.
Non so quanto quelle canzoni rappresentassero davvero l’Italia contemporanea, ma in quel momento non aveva alcuna importanza. Era il loro modo di dirci: sappiamo che siete qui, siete nostri ospiti, questa festa è anche vostra.
E siamo finiti tutti dentro lo stesso vortice di musica e danze.
Mi sono sentita circondata da affetto, premura e simpatia come non mi accadeva da tempo.
C’era qualcosa nella spontaneità di quell’accoglienza, nella sua semplicità, nell’allegria e nella leggerezza che mi circondavano, che mi ha regalato un momento di autentico e profondo benessere.
Ero nel posto giusto.
Stavo bene.
Semplicemente bene.
E mentre guardavo quelle persone ridere, ballare, mangiare insieme, prendersi cura dei bambini, ho pensato a quanto spesso noi cerchiamo altrove quella stessa sensazione. La inseguiamo nelle cose, nel possesso, nel bisogno di avere sempre qualcosa di più, perfino nel tentativo di possedere le persone e il loro tempo. Eppure, qualche volta, il benessere arriva esattamente dal contrario: dal sentirsi parte di qualcosa senza dover possedere nulla.
Poi ho pensato alla vita di quelle donne e di quegli uomini.
Alle difficoltà che molti di loro devono avere affrontato. Al distacco dalla propria terra, dalle famiglie, dagli affetti, dalle abitudini, dai luoghi nei quali erano cresciuti. A ciò che significa ricominciare altrove, in una lingua che non è la propria, cercando di costruire una nuova quotidianità senza cancellare quella precedente.
E ho guardato Aisha.
Ventiquattro mesi fa arrivava dalla Guinea senza conoscere la nostra lingua. Oggi parla italiano, ha superato un esame che certifica il suo percorso, è diventata madre e mi ha invitata a condividere uno dei momenti più importanti della vita della sua famiglia e della sua comunità.
Forse è proprio questo che mi ha emozionata più di tutto.
Essere entrata per qualche ora in un mondo che, visto da fuori, avrei potuto percepire come lontanissimo e scoprire invece quanto potesse essermi vicino.
Alla fine ho pensato a quanto perdiamo quando scegliamo di vivere rinchiusi nei nostri confini. Non soltanto quelli geografici, ma soprattutto quelli mentali.
A quanta bellezza non vediamo.
A quanta umanità non incontriamo.
A quanta ricchezza sprechiamo per la gretta miopia – o, talvolta, per il bieco calcolo politico – di chi continua a rappresentare l’Altro come una potenziale minaccia: il nemico, l’usurpatore, l’alieno.
Dovremmo avere meno paura della parola “contaminazione”.
Perché contaminarsi significa anche questo: lasciare che qualcosa dell’altro entri dentro di noi e ci cambi appena. E permettere che qualcosa di noi faccia lo stesso con lui.
Oggi, in un salone di una parrocchia in zona Pasteur, tra piatti guineani, bambini che correvano, abiti coloratissimi, musica africana e Umberto Tozzi, ho avuto la conferma che quella contaminazione mi arricchisce e mi rende una persona migliore.
di Francesca Giannoccaro
